« Una posizione scomoda » di Francesco Muzzopappa.

Dopo la mia lettura entusiasta di Dente per dente, non vedevo l’ora di leggere altri testi di Francesco Muzzopappa, e ho deciso di cominciare col primo, pubblicato nel 2013. E volevo comprarlo là dove avevo scoperto il primo, cioè in una libreria indipendente, la libreria Alberti a Verbania.

Nessuna delusione, anzi! Si ride anche qua dalle prime pagine. La storia è ancora più pazzesca (ma esilarante!) : il narratore, pur diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, fa il sceneggiatore di porno gay! La capacità parodica dell’autore sembra senza limiti. Probabilmente perché sarà un ottimo osservatore, come il suo narratore :

È per questo che ho scelto di studiare sceneggiatura : osservo tutto. Mi piace fissare le cose, la gente. A volte mi capita di guardare una persona, imprimerla in testa e portarmela in casa, immaginare cosa fa nel momento in cui la sto pensando. Mi piace inventare vite, situazioni, osservare gli oggetti, come nascono, come vivono, come muoiono. (p. 19)

Lo stile è pieno di sorprese e molte frasi sono inventive, come per esempio il letto è una sinfonia di molle assetate d’olio (p. 90). Credo che la ricchezza si trovi appunto nella poesia dello stile : l’umorismo è eccellente perché portato dalla poesia. Un autore molto talentuoso!

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« Semina il vento » di Alessandro Perissinotto.

Libro scritto bene, con una storia costruita in maniera classica ma convincente. Giacomo e Shirin si sono incontrati a Parigi, innamorati, sposati e trasferiti nel paese del Piemonte in cui è cresciuto lui. Lei è francese di origine iraniana. Come in tutte le tragedie, si sa fin dalla prima pagina che la storia sia finita male : Giacomo è in carcere.

Si tratta di una riflessione sui pregiudizi, sulla violenza dei rapporti umani quando si basano su quello che separa e non su ciò che avvicina. Una lettura molto interessante e piacevole.

« L’abbandono » di Pier Vittorio Tondelli.

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Di Tondelli avevo letto e amato Rimini e Camere separate. Qua si tratta di testi brevi che evocano gli anni ottanta. Tondelli parla di scrittura, di lettura, ma anche dell’Italia delle provincie, del tempo che passa. Non mi è piaciuto tutto ma alcuni pezzi sono stupendi. Sulla lettura :

– leggo perché non ho niente di meglio da far;

– leggo perché sto aspettando un treno che non arriva;

– leggo perché soffro d’insonnia;

– leggo perché il professore mi obbliga a leggere;

– leggo perché ci mancava anche Tondelli;

– leggo perché voglio saperne di più sul re Sole, e allora mi guardo le memorie di Saint-Simon;

– leggo perché il viaggio del Voyager oltre il sistema solare mi ha un po’ angosciato e voglio vedere « Dal big bang ai buchi neri »;

– leggo perché la mia ragazza me la mena sempre con « Volevo i pantaloni »;

– leggo « Treno di panna » perché ho visto il film;

– leggo Oscar Wilde perché gli Smiths ne parlano sempre nelle loro canzoni;

– leggo semplicemente perché ho voglia di leggere;

– leggo perché ho voglia di ascoltare una storia;

– leggo, infine, perché voglio raccontare quella storia a un’altra persona

(p. 56-57, « Una conferenza emiliana », conversazioni tenute a un gruppo di studenti nel 1989)

Sul viaggio :

   Sono anni che ormai viaggio solo. Conosco l’infinita pena del viaggiatore solitario che in un qualunque scompartimento di un treno deve chiamare il controllore per andare alla toilette e non lasciare i bagagli incustoditi; conosco la seccatura un po’ umiliante del dover pranzare da solo in un ristorante sotto gli occhi irritati di squallide coppiette che, in fila, ti guardano come se fosse un loro dovere avere il tuo tavolo, di cui sei soltanto uno sfigato usurpatore; conosco la fatica fisica, gli imbarazzi, i dubbi di chi viaggia solo con se stesso. Conosco la stupidità delle « camere singole » in cui i letti sono piccolissimi, i lavabi minimi e i soffitti bassi, come se ogni viaggiatore solitario fosse un nano e non una persona come le altre, con braccia, gambe e bisogno di spazio. Conosco la scortesia e il tono pietoso degli altri compagni di viaggio che ti si rivolgono con quel garbo ipocrita che si riserva a un vedovo, a una persona che ha perso la propria metà. Ma io conosco anche l’immensa completezza di questa mia solitudine, le orecchie attente, gli occhi sempre presenti, la concentrazione, le illuminazioni interiori quando non hai nessuno all’infuori di te da mettere al corrente di una scoperta, e allora, seduto su una pietra di una qualsiasi isola greca, chiedendoti perché quel sole debba essere così forte e quel mare così azzuro e la terra così nera, ti guardi dentro, e dentro puoi rivedere i soli, le mareggiate, le burrasche e gli approdi della tua vita. Fin quando avrò fiato in gola e forza nelle gambe, e le mie braccia riusciranno a trascinare un sacco, difenderò questo mio diritto di essere solo -uno come tanti- nella mia completezza.

(…)

   Nei viaggi solitari esiste una pienezza diversa di sé. La possibilità di vivere in territori neutri, in mezzo a persone che abitualmente parlano una lingua diversa, il fatto di adattarsi a un’architettura e a un paesaggio stranieri, producono uno spiazzamento delle nostre certezze e, se si è veramente onesti e sinceri, permettono di scoprire chi si è. In sostanza, tutti i viaggi che si fanno sono solo la figura di un altro viaggio all’interno di noi stessi che inizia il momento in cui nasciamo e finisce quando Dio vorrà. Non c’è viaggio più avvicente di quello che ognuno può fare alla scoperta di sé. E ci sono, naturalmente, molti modi per fare questo viaggio. Amare una persona, per esempio.Vivere insieme a lei. Essere abbandonati da quella stessa persona, come è accaduto a Helmut dopo otto anni. Oppure ritirarsi in un deserto e abbracciare l’esperienza mistica. Per quelli come Helmut e me, troppo amanti del mondo per abbandonarlo, troppo scorticati dall’amore per cercarne un altro, c’è una sola strada : la scoperta delle solitudine.

(p. 140-141, « Questa specie di patto »)